Indice · Il libro

III. LA MICCIA SI MECCANIZZA

LO SCHIOPPO Primitivo fucile a miccia. Armi più o meno come questa sorgevano dappertutto in Europa verso la fine del ‘400, anche in Italia. [Di­segno a matita eseguito nel 1954 dal vero nello già Zeughaus = Arsenale, dal 1924 Stadtmuseum, di Monaco di Baviera.Nel 1957 l’arma fu rubata isieme a sei belle armi in asta.]

Per ragioni troppo ovvie da meritare commento, questo stato delle cose lasciava alquanto a desiderare, tanto che si arrivò nel primo Quattrocento a rudimentali congegni meccanici nei quali una piccola leva di ferro a forma di S, detta serpe, serpente o serpentina, imperniata in vari modi al teniere o allo stesso tubo, portava la miccia. Era questa una sezione di corda soffice di lino, lana o canapa, “da nuova lunga circa un braccio e mezzo,” avrebbe poi scritto l’armaiolo bavarese Joseph Furttenbach nel 1643, “grossa quanto il mignolo di un forte fanciullo o di una giovane donna, e ben impregnata di salnitro purissimo”, quest’ultimo attributo essendo essenziale per sostenere a lungo una punta costantemente rovente anche in ambienti umidi e male ventilati.

Presto il focone veniva spostato al lato destro della camera di scoppio, in corrispondenza con uno sporgente scodellino ivi affisso per contenere un pizzico di polverina d’innesco e munito di una chiusura tutt’altro che impermeabile, ma adeguata per detenere l’innesco nel corso dei normali movimenti dell’arma — già un passo avanti. Quando attivata dal tiratore, la punta rovente della miccia incastrata nella serpe si abbassava nella polverina e la vampata, corruscando attraverso il focone, faceva esplodere la carica di lancio nella camera. Queste rozze armi a miccia funzionavano, si diceva in italiano, francese, spagnolo e tedesco, a fuoco vivo, au feu vif, a fuego vivo, mit Zündglut, ecc.

DISEGNI La transizione dal rudimentale serpe tienimiccia (A) ad un dispositivo meccanico semplice ma efficace (B): il più comune meccanismo a miccia, a leva e bilanciere, destinato a sopravvivere fino al tardo ‘600 fra non poche fanterie e milizie; ma dopo il 1600 circa veniva largamente soppiantato da una versione evoluta in un vero grilletto da tirare coll’indice (es., Fig. 10).
Dal 1450 al 1500 circa . . .

Il tiratore poteva portare con sé più spire di miccia da attizzare una coll’altra, guadagnando così alcune ore per battere la foresta o per rimanere al suo posto armato e vigile — purché non piovesse; ma prima o poi doveva procurarsi altre micce e trovare una fonte di fuoco; e l’odore pungente di miccia rovente metteva in allarme selvaggina, cani, oche, paperi e nemici sottovento. Nondimeno, le armi a miccia, semplici ed economiche, dominarono fra gli archibugi da caccia (vedi la Seconda Parentesi Etimologica a pagina 34) fino al Seicento avviato, un mezzo secolo dopo l’avvento di sistemi superiori, e fra certe milizie per un altro secolo ancora. Un genere olandese azionato da debolissime mollette fu prediletto da tiratori ad alta precisione fino al 1800 circa perché la dolce caduta della serpe ormai iperperfezionata non cagionava vibrazioni nell’arma.

Immagini per gentile concessione di © AKG Images, Berlino;. Foto Erich Lessing, Vienna 7 La morte dallo schioppone, un’arma primitiva detta “cannone a mano”: particolari di un vasto affresco nell’Oratorio dei Disciplini a Clusone, Bergamo, eseguito c.1485 da Giacomo Busca, detto Il Clusone. Il giulivo cacciatore sta per ficcare un tizzone nel focone –– per il tardo Quattrocento il suo schioppone è piuttosto antiquato. L’elegante cartiglio a destra dice: E sonto la morte piena de equaleza solo voi / ve volio e non vostra richeza e digna sonto / da portar corona perche signorezo ogni persona. Quello a sinistra: E sonto per nome chia- mato morte / ferischo a chi tocharà la sorte / Non è homo chosì forte che da mi non po schapare. L’appoggio del fusto sopra la spalla veniva spesso raffigurato fino al 1650 circa, anche con archibugi a miccia assai evoluti — es., nelle Figg. 14 e 20; probabilmente deviava il rinculo da scossa secca dolorosa in un sopportabile scivolone. Questa è la più “fotografica” fra le raffigurazioni di primordiali armi da fuoco portatili, ma per lungo tempo è rimasta ignota alla comunità oplologIca.
SCENA La caccia d’inverno: incisione di Johann Galle di un disegno di Jan van der Straet, italianizzato in Giovanni Stradano (Bruges 1523 – Firenze 1605) — vedi Fig. 20 riguardo il suo operato in Toscana.Il distico: Sic fluvialis Anas capitur cane, fulminis ictu / dum percussus obit, pennasque in flumine spargit — Cosi l’anatra fluviale fulminata viene captata dal cane / e morendo bagna le penne nel fiume. I fucili sono a miccia, ma stranamente non si vedono segni di micce, bracieri o spire di fumo. Per quanto al modo di mirare lungo il lato sinistro della canna e con il calcio appoggiato sopra la spalla, vedi le Figure 7 e 20.

Nel suo squisito A SENTIMENTAL JOURNEY THROUGH FRANCE AND ITALY, pubblicato nel 1766, Laurence Sterne (1713-68) racconta come un giorno nel primo Cinquecento la sentinella del Pont Neuf a Parigi sfidava un viandante “[ . . . ] minacciandolo col suo archibugio [harquebuss]. In quei tempi gli archibugi si sparavano con corde di miccia; ma accadde che la lanterna di una vecchietta, che era dall’altro lato del ponte, si fosse spenta, e che si era fatta prestare la miccia della sentinella per riaccenderla — e così costui ebbe il tempo per calmare il suo sangue caldo [ . . . ] ”.

Due contenitori di lamiera di ferro od ottone per portare spire di miccia accesa a riparo dalle piogge e dalle vicissitudini della vita in genere.Incisione su rame da Joseph Furttenbach, Büchsenmache- rey-Schul (Scuola del mestiere dell’ar­chibugiaro), Augusta, 1643. Si conoscono circa trenta reperti simili.