IX. L’ITALIANA RUOTA EMIGRA IN GERMANIA
Nonostante i suoi albori veneti-friulani, per complesse ragioni economiche, belliche e geopolitiche che esulano dai propositi di questo saggio, la ruota era destinata a fiorire, a partire dal 1525 circa per due secoli venturi, a vita lunga, opulenta e variegatissima non in Italia bensì principalmente nell’absburgico Sacro Romano Impero di Germanica Nazione: nei suoi innumerevoli feudi, regni e principati sparsi fra Alpi e Mar del Nord, fra Reno ed Oder. Ma dopo il 1640-50 anche le ruote germaniche dovettero cedere il predominio ai diversi e sempre più semplici, economici e compatti sistemi a scatto e selce che vedremo poco più avanti. Fuori dell’impero, ruote di varia foggia ebbero fortuna fino a tutto il terzo quarto del Seicento, ma in nessun luogo nella prolificissima misura teutonica.
Mai numerose, le armi a ruota italiane, nonché le sole piastre militari da esportazione, furono prodotte quasi esclusivamente a Brescia e nei villaggi valtrumplini, e solo per poco più di un secolo. Dal 1538 fino al 1590 circa la loro manifattura rimase proibita dalla legge della Serenissima Repubblica Veneta, di cui Brescia e la Val Trompia facevano parte integrale dal 1427 fino all’incruenta resa a Napoleone il 15 maggio 1797 (in ottobre vendette tutto all’Austria), ma fu tollerata alla sordina da successivi dogi e senati ai fini di sempre nebulosi stratagemmi di politica estera. Pertanto una produzione clandestina ed anonima di cloni di piastre militari norimberghesi-augustane era in atto sub rosa già dal 1550.8 A parte una manciata di eccezioni, fino agli anni 1660, la plumbea monotonia delle sempre rombiche, eternamente uguali ruote italiane e della loro rudimentale meccanica, fra l’altro mancante di dispositivi di sicura, rimase essenzialmente invariata, lungi dalla germanica pletora di forme, materiali, meccanismi ed ornamenti plasmati in fantasticherie di motivi venatori, militari, mitologici, biblici e bio-geometrici, dalle mille innovazioni tecniche, ed ancor più dalla prevalente germanica qualità di materiali e di esecuzione non solo in armi borghesi e nobiliari ma anche in pistole da cavalleria prodotte in grandi serie.

Pistola a ruota bresciana ad impugnatura esagonale, 1645-50, di buona qualità ed ornata dei cosiddetti “trafori”: lastrine di ferro messe a giorno, incise ed incastrate nel legno, qui con motivi caricaturali alquanto insoliti per questo genere: ne riparleremo a pagina 283.LT 51 cm, cal. 11,5 mm. [Coll. priv., Italia]
In Memoriam:Stampa in seppia da negativo di vetro impressa nel 1909 a luce solare dietro il Metropolitan Museum of Art, New York. Dono del 1955 di Stephen V. Grancsay (1897-1980)
A grilletto azionato, il ruotino scatta per metà o due terzi di giro e nel contempo un dispositivo all’interno spinge il coperchio dello scodellino in avanti, esponendo innesco e ruotino.La pirite cala nella polverina e l’attrito fra pirite e periferia in moto genera abbondati scintille in mezzo al- l’innesco, il quale fulmina ed incendia la carica di lancio. La reazione è normalmente istantanea, un lasso di tempo è impercettibile — ma vedi le esperienze Winchester alle pagine 62-65.Tutte le ruote, tedesche, italiane ed altre, erano efficaci ed affidabili, ma anche macchinose nel maneggio, esigendo l’uso della chiave di caricamento, facilmente persa e talvolta spezzata, e vessanti manipolazioni. Per questi inconvenienti, e perché il costo pure di esemplari semplici era altissimo e perché un guasto alla complicata meccanica esigeva l’intervento di un armaiolo o lucchettaio, nessuna fanteria, salvo marginali eccezioni, venne mai munita di regolamentari moschetti a ruota; ma durante la Guerra di Trent’Anni, 1618-48, tutti i contendenti spiegavano in campo cavallerie armate di pistole a ruota.

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© 2002 BERETTA HOLDING SPA IN MEMORIAM: SERGIO TOPPI, 1932-2012 27 I primi due disegni a tecnica mista di Sergio Toppi selezionati dalla serie di sei tavole il cacciato- re italiano, 1570–1920 • the italian hunter, 1570–1920, creata per il Calendario Beretta del 1982. [Originali nell’archivio della Collezione della Fabbrica d’Armi Pietro Beretta, Gardone Val Trompia, Brescia] La prima tavola rappresenta Lazio, 1570-1600: La Caccia al Cinghiale. Come avviene nell’intera serie, gli oggetti ritraggono originali esistenti. L’ambiente è un laghetto fra Roma ed i Castelli. L’archibugio è quello qui in Figura 12. La fiasca da polvere di ferro con fornimenti d’ottone e nappe colorate, nonché il cornetto da polverina d’innesco, si trovano in diverse collezioni. Il grosso coltellaccio è basato su uno conservato nel Museo Stibbert, Firenze, mentre il costume è ripreso da ritratti e da elementi originali custoditi negli anni 1970 nella Collezione Sitwell, Villa Montegufoni, Montespertoli di Firenze. Il cinghiale assai anomalo è ripreso da schizzi dello Stradano e di altri in Italia, 1550-1650.Costoso, sì, complicato e vulnerabile alle piogge anche leggere e addirittura alle fitte nebbie — ma il sistema a ruota era il più affidabile e più veloce nell’accensione prima della percussione chimica del 1807: vedi le esperienze Winchester alle pagine 62-65.
X . 2a PARENTESI ETIMOLOGICA Gli albori dei termini “archibugio” e “archibuso” sono certi, di “pistola” oscuri. Il primo è una storpiatura dell’olandese hakebusse e del tedesco Hakenbüchse, un composto dell’olandese haake e del tedesco Haken, entrambi “gancio”, con rispettivamente buss e Büchse, dal greco πυξις, “scatola”, via latino pyxis, un termine avente in questo contesto già dal tardo Trecento il significato di “arma da fuoco lunga”. Il connubio rende “fucile con gancio”, il gancio essendo o il dentone di ferro affisso sotto la bocca per agganciare l’arma sopra il davanzale di un merlo o di una feritoia onde parare al rinculo, oppure –– poco probabile –– la serpe di un’arma primitiva a miccia. Haakebusse e Hakenbüchse si immortalano nell’italiano archibuso/archibugio, francese harquebuse, inglese harquebus ed arquebus, tedesco Arkebuse, spagnolo arcabuz, scandinavo arkebuse, eccetera.
Nulla sostiene la brumosa nozione, fino a vent’anni fa proposta in qualche scritto italiano qua e là, di “arco buso”, una fantomatica-romantica locuzione ritenuta da discepoli della biscia e di San Marco essere lombarda-veneta del Quattro o Cinquecento: essa avrebbe designato quelle balestre munite in sovraggiunta di una canna “busa” da sparo . . . .
PARTICOLARE DA HANNS FRIEDRICH VON FLEMMING,Tre sono le eventuali origini di “pistola”, di cui nessuna comprovata. Senza alcuna base, seppure tutt’ora ventilata in certi scritti oplologici, è la riconduzione ad una classe di monete d’oro spagnole e scozzesi in circolazione dalla metà del Cinquecento, chiamate, per ragioni sfumate nei venti, pistola[s], ed aventi un diametro di circa venti millimetri — come del resto lo avevano centinaia di altri spiccioli d’oro, d’argento e di rame ––, il quale sarebbe stato il calibro giusto per archibugetti da pugno. Embè. Paesi che vai, favolette che scarti. La riconduzione all’aggettivo “pistolese”, variante arcaica di “pistoiese”, non è documentabile ma nemmeno implausibile. Infine, una radice sovente proposta in rispettati vocabolari e dizionari di molte lingue è la parola ceca pištala, “tubo” o “canna busa” ed anche “fischietto” e “flautino”, che si sarebbe insinuata nel tedesco austriaco nel primo Cinquecento attraverso la porta della Praga absburgica e indi nelle altre lingue — una teoria ahimè viziata dal fatto che la pronuncia in ceco è pisc’-giala, il pisc’ come in piscina, il giala come giara, l’accento sul pisc’ . . . una possibile ma alquanto improbabile radice del germanico Pistòle e dei presunti derivati neolatini, tutti con accento sulla o, tranne il francese pistolet con accento obbligato sull’ultima sillaba, e l’inglese pistol, accento obbligato sulla prima. Un costrutto seicentesco tedesco, Faustrohr, è forse analogo in quanto composto di Rohr, “tubo”, e Faust, “pugno”, per rendere “tubo a pugno”; ma ciò ha buon senso.
Dal primo Seicento, ma forse anche già prima, gli Italiani parlavano di “pistole” per indicare genericamente gli schioppi corti da pugno, di “pistoletti” per quelli più lunghi da arcione (da dove il diminutivo?), di “terzette” per le misure medie, e di “mazzagatti” per le più piccole da tasca . . . una locuzione che Augusto Senesi ed io, entrambi dediti felinofili dalla prima infanzia, riteniamo un’abominevole, pusillanime offesa alla decenza e all’umanità. Alla pubblica gogna i gonzi che la usano.
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DER VOLKOMMENE TEUTSCHE JÄGER, LIPSIA, 1724 28Venezia, circa 1640: La caccia agli acquatici nella laguna, la seconda dei quattro disegni di Sergio Toppi scelti dalla stessa serie:vedi anchepp.l 159 e 222.La scenografia suggerisce la laguna a Chioggia.Anche qui gli oggetti sono accuratamente ripresi dal vero. Le barche con bompresso a punta e fondo piatto, chiamate “ciabatte”, si usavano per la caccia in laguna fino ad una generazione fa. L’archibugio a ruota, ex Collezione Luigi Marzoli, è oggi in una collezione privata in Italia: è quasi identico di misura, forma e proporzioni, ma non nei fornimenti, con il sontuoso fucile donato dal Senato di Venezia a Luigi XIII di Francia nel 1639 insieme ad una coppia di pistole a ruota lavorate en suite, oggi nelle Livrustkammaren (Armerie Reali) a Stoccolma.8 bis Gli attrezzi sono in parte ripresi da ritratti, in altra parte da originali esistenti. Negli anni 1970, il farsetto da caccia di pelle con maniche di lino e le scarpe di cuoio incerato con tacchi di legno si trovavano nella Collezione Sitwell in Villa Montegufoni a Montespertoli di Firenze.