Indice · Il libro

XI. LE MACCHINETTE ATTIZZAFUOCO

Verso la metà del Cinquecento comparvero dei meccanismi igniferi ad uso casalingo dalle contenute dimensioni, congegni che, pur diversi nei particolari, avevano in comune un braccetto di ferro con in cima una piccola morsetta a vite nelle cui ganasce fu serrata la selce. Gli italiani e francesi vedevano in questo elemento un “cane” e chien, gli anglosassoni invece un gallo, un Hahn, cock e simili. Una volta armato contro la forza di un potente mollone e bloccato in posizione da sparo, l’azionamento di un dispositivo di rilascio lo faceva scattare in avanti, la selce urtava contro una lastrina di acciaio detta martellina o talvolta batteria, le scintille cadevano sopra un po’ di stoffa o di fibre vegetali sfilacciate, bruciacchiate ed impregnate di salnitro, e ne provocavano l’eruzione in fiamme. Già nel Cinquecento questi marchingegni vennero chiamati azzalini in gergo veneto e valtrumplino, focili e fucili in lombardo, ed accendini, accerini ed acciarini in toscano, quest’ultimo essendo oggi il termine favorito da cultori dal gusto filologico per tutti i meccanismi a selce e scatto. Fino all’universale diffusione di fiammiferi lignei fosfosolforici nel 1840-50, ogni domicilio in Europa e nelle varie colonie, sia pure di risorse e di grado sociale modesti, vantava un accendino casalingo, quelli benestanti uno per vano in cucina, in salotto, in camera sul comodino.

L’esca ignifera fu collocata nella scatolina sotto l’elemento ad L di acciaio cementato, detto martellina e batteria. Nelle ganasce del cane veniva serrata una scheggia di selce ossia pietra focaia quadrata ad arte da periti artigiani, l’orlo affilato e tagliente. Allo scatto del cane, la pioggerella di scintille eccitata dall’impatto fra selce e martellina infuocava l’esca e la tenue fiamma veniva appiccata alla candelina, per la quale era previsto il bicchierino a lato. Nella scatolina a lato alloggiavano scorte di esca, pietre e candeline.
Pestapolvere azionato a manovella — si noti il poderoso volano. I tre ingredienti della polvere, carbone di legna macinato, zolfo e salnitro, venivano ben impastati ad acqua — in molte parti si prediligeva orina di bovini, cavalli e vescovi — e messa ad asciugare al sole o in serre calde in sottili e maneggevoli foglie o “tortine”. Queste, secche ed indurite, venivano frammentate e pestate in piccoli granelli con mortai come questi quattro in banco, e indi setacciati in sette od otto granulazioni — vedi Figura 64. Xilografia da Joseph Furttenbach, Mannhafter Kunst-Spiegel (Specchio delle arti virili), Augusta, 1663. [Bayerische Staatsbibliothek, Monaco Bav.].

 XII. DA CANDELA e cucina A schioppi efficienti L’adattamento del principio operante alle armi da fuoco per soppiantare micce e ruote fu passo breve: invece che sull’esca di stoffa, si fecero cadere le scintille sulla polverina d’innesco collocata nello scodellino per provocare la consueta reazione di vampata>colpo. Una profusione di tali congegni comparve in ogni angolo dell’Europa nel 1550-1600.

Con la sola eccezione della variante detta “snaphaunce”, “chenapan” e “alla fiorentina”, tutti gli acciarini a selce avevano in comune la mar- tellina a forma di L imperniata, come nell’attrezzo casalingo qui sopra, per rotare avanti e indietro intorno ad una vite. Anche in essi il lembo verticale veniva scalfito dalla selce mentre quello orizzontale fungeva da coperchio dello scodellino — vedi le prossime due pagine. I mille tipi di siffatti marchingegni in uso fra il tardo Cinquecento e l’affermarsi dell’accensione chimica a percussione verso il 1825 erano enormemente diversi nelle misure, sagome, molle e martelline, e nei meccanismi di armamento e scatto, ma la martellina ad L era comune a tutti. E se non fosse stata la soluzione più semplice ed efficace, non avrebbe avuto il sopravvento sullo snaphaunce per due secoli e mezzo pressappoco in tutto il mondo, salvo che in Emilia, in Toscana e nell’Africa settentrionale.

Il maneggio di un’arma a pietra focaia alla moderna, qui di una di una coppia di pistole di Christoph Joseph Frey di Monaco di Baviera, 1740-60, in una collezione privata in Canada.
Il caricamento della canna avviene come vediamo anche a p. 33.
B. La costruzione fondamentale dell’acciarino alla moderna, o alla francese, qui in un esemplare semplice da pistola della metà del Seicento.La sistemazione degli elementi è quella inventata nel 1615 circa dai fratelli Marin, Pierre e Jean Lebourgeoys di Lisieux — vedi (è importante!) pagina 66. Il gergo collezionistico internazionale spesso si avvale dell’inglese “flintlock” per distinguere proprio questa sistemazione dalla baraonda di altre con martelline ad L. Le tre caratteristiche determinanti sono: il mollone all’interno; la noce che ruota coassialmente col cane e che ha due tacche, la prima la profonda “mezza” o “prima monta” di sicurezza , e la seconda ortogonale da sparo; ed infine il dente a bilanciere che ruota intorno ad una vite-perno nello stesso piano con la noce e che ingaggia successivamente la prima monta di sicurezza, come nel disegno, e poi la seconda da sparo. Prime monte sono molto rare fra le alla fiorentina, ma ne vedremo due o tre eccezioni più in là. La caduta del cane viene arrestata da una spalletta a scalino praticata al suo lato interno che batte contro l’orlo superiore della cartella –– come detto, della lastra di acciaio che regge tutto.
C. Tipico acciarino militare di epoca Napoleonica e oltre, in sostanza il Modello 1777 An IX (1801) delle forze armate francesi. La briglia a C tiene la noce ed il dente-bilanciere in squadra contro la cartella.Anche qui la caduta del cane viene arrestata dalla spalletta a scalino come del resto in tutti gli acciarini europei a selce con mollone interno dopo il 1630 circa, e dopo il 1670 circa così pure in quegli alla fiorentina.
e si tiri il grilletto. Il cane scatta, la pietra scaglia scintille dalla mar- tellina, l’innesco fulmina e il colpo parte. Il lasso d’innesco, misurato in millisecondi, varia secondo la cura nel caricamento, le condizioni atmo- sferiche e la qualità dell’acciarino, della pietra e delle polveri. Se tutto è favorevole, la reazione sembra quasi istantanea, simultanea, senza un percettibile intervallo o passaggio di tempo . . . ma vedi pagine 62-65.
L’evoluzione, semplificata in soli tre esempi, dell’acciarino “alla francese” o “alla moderna”. [Litografie da Julius Schön, geschichte der hand- feuerwaffen, Dresda, 1858]

IL SISTEMA DETTO IN ITALIANO “ALLA MODERNA” E “ALLA FRANCESE”, IL PIÙ USATO IN EUROPA DAL 1630 CIRCA FINO AL 1830 ED OLTRE XIII. GLI ALBORI DEL SISTEMA alla fiorentina . . .

Apparso, sappiamo grazie alle ricerche di Arne Hoff e Claude Blair [v. Bibliografia], in Francia nel terzo quarto del Cinquecento, sconfinato nelle decadi successive più che altrove nei Paesi Bassi, ed infine maturato e fiorito dopo il 1670-80 come icona quintessenzialmente toscana ed in parte emiliana, il meccanismo detto snaphaunce e alla fiorentina incorporava una struttura controcorrente. Invece della martellina ad L aveva una piccola lastrina di acciaio rettangolare, anch’essa chiamata “martellina”, affissa in cima ad un girevole braccetto completamente separato e indipendente dal coperchio dello scodellino, ed un copriscodellino scorrevole completamente separato e indipendente dal braccetto e dalla martellina. Il copriscodellino era collegato al cane tramite il meccanismo a biella che vediamo negli schemi qui sotto: lo rincontreremo molte volte in illustrazioni sulle pagine successive: per esempio, alla lettera B a pagina 50.

Da qui sino alla fine del volume, saranno questi marchingegni il nucleo focale della nostra più o meno indeflettibile concentrazione.

Le due meccaniche di base ‘alla fiorentina’, snaphaunce, Schnapphahn, ecc.: altre due litografie da Julius Schön, geschichte der hand-feuerwaffen, Dresda, 1858 (cf. pagina 38).

X X Z Z

A. Acciarino scozzese. A sinistra: cane armato, ma scodellino ancora aperto. Il cane è trattenuto dal dentino che trapassa la cartella e blocca la coda X A destra: dopo sparato.La pietra ha urtato la martellina e la biella imperniata alla noce ha spinto in avanti il copriscodellino. Lo scatto viene arrestato dal fermabattuta avvitato alla cartella. Le mollette Zagiscono sui lati limati a sguincio delle levette che reggono il copriscodellino in modo da tenere quest’ultimo in posizione di chiusa quando è chiuso e di aperta quando è aperto.Negli acciarini toscoemiliani, questa molletta è quasi sempre lunga e montata nell’altra direzione: avvitata a destra (SEGUE A DESTRA),